In punta di piedi, con quella grazia e quella dignità che la contraddistinguevano da sempre, se ne andata Caterina Ulivi Baffigi, mamma della “nostra” Loredana.
Il Simet si unisce al dolore della famiglia di Loredana e per ricordare Caterina, mamma, donna, moglie, insegnate e scrittrice sopraffina, ha scelto un "dipinto", scritto da lei, che racchiude secondo noi tutta la sua essenza…e si, questo il valore e la magia delle opere scritte, sfogliando le loro pagine potremo lasciarci ancora raccontare, con quel fare un po’ garbato d’altri tempi, quanto Caterina amasse la vita, il mare, la gente in ogni sua sfumatura…
Ho visto un Re
marzo 2005
di Caterina Baffigi Ulivi
Il ricordo di chi, bambina, conobbe il duca di Windsor che aveva rinunciato al trono per sposare Wallis Simpson.
L’incontro al Giglio.
Edoardo, sbarcato sull’isola, era in bermuda e maglietta a righe e sembrava piuttosto un marinaio un po’ bizzarro.
Wallis rimase a bordo dello yacht.
L’emozione della visita a casa e la delusione perché non era il re delle favole col manto d’oro e la corona in testa.
“C’era una volta un re, col manto d’oro e la corona in testa”. “C’era una volta un re sul cui regno non tramontava mai il sole”. Così iniziavano tutte le favole che popolavano la mia infanzia all’Isola del Giglio, dove abitavo, e giacché non eravamo nell’era dell’immagine, io attingevo all’azzurro del mare, ai tramonti infuocati, alle albe di perla i colori più belli per vestire queste entità lontane, misteriose, fantastiche. Chissà dove erano. Forse nei boschi, forse al di là del mio mare, oltre il quale intravedevo terre lontane, o tra le nuvole bizzarre che mai mi stancavo di guardare.
Ma un giorno l’incipit cambiò: “C’era una volta un re che non voleva fare il re”. Stupore, meraviglia. Avevo cinque anni: la favola di certo era sbagliata. E invece no.
Edoardo VIII° del Regno Unito, primogenito di Giorgio V°, succede al padre il 20 gennaio del 1936, ma desta subito scandalo annunciando che salirà al trono accompagnato da Wallis Simpson, un’americana divorziata. Tale situazione si trova in conflitto con il fatto che il re d’Inghilterra è per diritto il capo della Chiesa e questa proibisce il divorzio.
Si apre quindi una crisi, che stante la ferma intenzione di Edoardo di sposare Wallis, si conclude l’11 dicembre del 1936 con l’abdicazione in favore del fratello minore Alberto Duca di York che diventa Re Giorgio VI°. Questi, l’8 marzo del 1937, nomina Edoardo Duca di Windsor.
Libero dal peso della corona, il 3 giugno del 1937 Edoardo con una cerimonia privata a Nantes, in Francia, sposa Wallis, senza la presenza di alcun membro della famiglia. E se ne va dall’Inghilterra.
Se ne va per mare e, nel giugno dello stesso anno, approda all’Isola del Giglio. Wallis rimane a bordo ed Edoardo si inerpica per un sentiero da capre su fino al Castello. Era il tempo della mietitura, le foto ce lo mostrano interessato ad osservare dei contadini che, con sistemi arcaici, battono le spighe per ricavarne un pugnetto di grano. E, guarda caso, quel grano era mio e quell’uomo che sorveglia gli operai era mio padre e la bambina che mostra le spighe è mia sorella.
Pur nell’isolamento, il babbo leggeva due quotidiani, “Il Telegrafo” e “Il Giornale d’Italia”, e un settimanale, “La Domenica del Corriere”. Appassionato di politica, antifascista viscerale, estimatore della Gran Bretagna, riconobbe subito il personaggio che si trovò davanti. Da emigrante in Argentina aveva imparato lo spagnolo e, da combattente nel ’15-’18 nella campagna di Francia, un po’ di francese, così che poté intrattenere il Duca di Windsor e il suo segretario.
Tanto piacevole deve essere stato il dialogo e interessanti le notizie avute che Edoardo accettò di venire a casa nostra dove si fermò amabilmente bevendo birra e fumando sigarette. Conservammo a lungo quei mozziconi quale segno tangibile della sua presenza illustre che però fu poi confermata dall’invio delle foto e da un cortese biglietto.
Io ero una monella e, nel periodo della mietitura, con le mie compagne amavo fare un gioco. I contadini dopo aver battuto il grano lasciavano sulla piazza antistante il Castello grossi mucchi di paglia, che in seguito avrebbero sistemato nelle stalle. Noi ci tuffavamo in quei mucchi a capofitto, invitando le compagne a trovarci. Un rimpiattino sui generis e non privo di pericoli. Gli steli erano duri e ci graffiavano, si infilavano nei capelli e in ogni dove.
Fu lì che mi trovò mia madre, la quale con voce severa mi disse: “Non presentarti a casa in quello stato, perché tra un po’ da noi viene il re”. Io non volevo dubitare della mamma. Lei diceva sempre cose giuste e vere. Ma quella volta mi sembrò una scusa per sottrarmi ad un gioco pericoloso.
Mi avviai verso casa di malavoglia, cercando di riordinarmi un poco. Vidi sulla scaletta di granito che portava alla nostra abitazione un uomo in bermuda e maglietta a righe. Poteva essere un marinaio e anche un po’ bizzarro, perché quei pantaloni avevano una lunghezza inconsueta. Poteva mai essere un re?
La mia mamma se l’era bevuta, ma io no. Io dei re sapevo altre cose… Come il tipo strano fu in casa e guidato nel salotto, svelta svelta sgusciai nel corridoio, entrai nella camera e indossai un vestitino bianco e qualcuno mi mise un fiocco nei capelli. Così sistemata sbirciai dalla porta cercando di capire qualcosa, ma mio padre parlava in modo strano e la mamma si affannava con il vassoio delle grandi occasioni e i bicchieri più belli.
Poi il babbo intuì la mia presenza e mi invitò ad entrare. Potreste non crederci, ma io, edotta dalle mie fiabe, feci un inchino. Il re sorrise. Io avrei pianto perché non era quello il modo di infrangere i sogni di una bimbetta fantasiosa. Più tardi compresi. Il re, le ragioni di Stato e la ragione del cuore. Ed ebbi sempre simpatia per quel gentiluomo che aveva avuto il coraggio di realizzare a carissimo prezzo i suoi sogni.
…Ciao Caterina, come dici tu, è solo un arrivederci…
