Che significa qualcosa doppiamente grave: è inumano nei confronti di chi resta parcheggiato, ma ci sono anche conseguenze negative anche sulle ambulanze, perché con la barella che resta con il paziente, il mezzo si deve fermare. E se c’è un’altra emergenza non può intervenire. Magnanti la sintetizza in questo modo: «Abbiamo cercato in tutti i modi di far capire che un dipartimento di emergenza sovraffollato è un reparto meno sicuro. E quando il pronto soccorso è affollato e le barelle disponibili sono finite, le ambulanze del 118 non riescono a trasbordare i pazienti dalla propria lettiga a quella del pronto soccorso. Dire che un pronto soccorso è sovraffollato è ben diverso che dire che un reparto è pieno. Un reparto è pieno quando tutti i suoi posti letto sono occupati; un dipartimento di emergenza è pieno quando tutte le barelle, tutte le carrozzine, tutte le postazioni assistenziali sono piene e i malati in attesa di ricovero sulle barelle occupano tutti i corridoi e gli spazi comuni». Un dato: nel 2008 il blocco delle ambulanze nei pronto soccorso ha fermato i mezzi del 118 per circa 50.000 ore. «Quanti soccorsi si sarebbero fatti in quelle 50.000 ore? Nella realtà dei dipartimenti di emergenza del Lazio, specie di Roma, i pazienti possono arrivare a rimanere in barella fino a 3, 4, 5 giorni, talora completano il loro periodo ospedaliero di ricovero rimanendo per tutto il tempo sulla stessa barella che li ha accolti al loro arrivo. Su quelle barelle vengono assistiti e curati: sulle barelle si lavano, mangiano e dormono; dalle barelle cadono purtroppo e sulle barelle talora muoiono. Persone appiccicate l’una all’altra, senza un minimo di privacy, con una promiscuità inaccettabile, con un elevatissimo rischio di diffusione delle malattie trasmissibili». Tutto questo succede a Roma e nel Lazio, dove si paga una sanità che rischia di morire nei suoi debiti e nei suoi sprechi. Ma è anche l’effetto di un fenomeno di tutto il paese e di tutto il mondo (definito overcrowding dei pronto soccorso) causato, fra le tante ragioni, dalla vita media che si è allungata e dalla riduzione del filtro dei medici di famiglia (in Italia), specialmente nelle grandi città. Alcuni dati raccolti da Magnanti: secondo il ministero della Salute nel 1997 al pronto soccorso si rivolsero 21 milioni di persone. Bene, nove anni dopo, nel 2006, quella cifra ha superato quota 24 milioni. La tendenza è in aumento, ma allo stesso tempo, causa necessità di razionalizzare il sistema sanitario e fare tornare i conti, si stanno tagliando posti letto. Si dice: deve funzionare meglio l’assistenza sul territorio. Ma i tagli ci sono già stati, le alternative ancora non ci sono, il rapporto fra medici di famiglia e pazienti è sempre più telefonico.
